I preferiti di Gennaio 2019.

Con colpevole ritardo, finalmente parliamo delle mie prime visioni preferite dello scorso mese. Gennaio è stato caratterizzato da un numero piuttosto ristretto di visioni ma alcune di queste mi hanno profondamente folgorato. Prima di cominciare, ricordo l’unica regola: l’ordine in cui vengono elencati i cinque film non è in base alla bellezza o preferenza ma è cronologico, dal primo all’ultimo visto. Cominciamo.

NYMPH()MANIAC. DIRECTOR’S CUT – LARS VON TRIER, 2013

Lars Von Trier è uno dei miei registi preferiti e considero Nymphomaniac uno dei suoi film più forti e profondi. La Director’s cut, ho capito dopo quattro o cinque visioni della versione censurata, è l’unico vero Nymphomaniac. Non per la semplice censura di scene troppo esplicite o crude ma perchè, inspiegabilmente, sono state eliminate alcune scene, non passibili di censura, in teoria, poichè piuttosto “normali”, senza le quali la trama del film viene stravolta. Con la Director’s cut molte aspetti di Joe vengono alla luce ed il personaggio di Charlotte Gainsbourg si fa ancora più complesso di quanto già non fosse. Non solo ma nella Director’s cut si vede una delle inquadrature più spiazzanti dell’intera produzione trieriana. Un’inquadratura che ricorda un po’ l’inizio di un altro suo film ma giunge qui totalmente improvvisa ed inaspettata e, quindi, colpisce come uno schiaffo dato con un guanto pieno di monetine in pieno volto. Non dirò di che inquadratura si tratta, dirò solo che protagonista è uno specchio.

OSMOSIS – NASOS KARABELAS, 2016

Il cinema greco non è solo Lanthimos. Nasos Karabelas, che con Osmosis firma il suo primo lungometraggio, mostra un atteggiamento che, a 27 anni d’età (è un classe 1992), potrebbe apparire pretenzioso, artisto-intelletualoide. Eppure, dietro questa patina superficiale di autoerotismo cinematografico si cela un profondo smarrimento esistenziale. Il Nulla, nella sua accezione più pesante ed angosciante, domina Osmosis. I poco più di 60 minuti del film non narrano nulla, tutto ciò a cui assistiamo è un ragazzo che vaga, senza scopo nè meta. Si teletrasporta da un ambiente ad un altro, le inquadrature raramente paiono avere una connessione logica ad unirle. La voce narrante, forse monologo interiore del protagonista, forse entità astratta ed esterna, si presta a dissertazioni nichiliste. Non c’è nulla, in Osmosis. O meglio: c’è il Nulla.

ECCE HOMO – DIMITAR KUTMANOV, 2014

Gennaio è stato il mese dei cortometraggi, per me. Ne ho visti molti, tutti molto belli ed interessanti (menzione speciale a Notte e nebbia di Alain Resnais). Ma Ecce homo di Dimitar Kutmanov è quello che più mi ha colpito, tanto da farmi pensare che, forse, sia il più bello che abbia mai visto. Il soggetto del film, della durata di circa mezz’ora, non è particolarmente interessante. Madre e figlia convivono, con questa che deve prendersi cura di quella, come abbiamo potuto vedere ne Il cavallo di Torino di Béla Tarr o in Mother and son di Aleksandr Sokurov. È però la messa in scena a colpire lo spettatore. Il senso di un’apocalisse imminente, veicolato dal cupo bianco e nero che rievoca quello del regista ungherese, tangibile e terrena raggiunge infine un’astrazione onirico-metafisica che lascia col fiato sospeso e con una quantità di domande infinitamente superiore a quella di risposte.

SLEEP HAS HER HOUSE – SCOTT BARLEY, 2017

Parlare di un film così complesso, criptico e sublime (nel senso che Edmund Burke ne dava) è un compito complicatissimo. Prima o poi giungerà un articolo approfondito sul meraviglioso film di Scott Barley. Per ora, finchè non troverò le parole giuste di discutere di quest’opera, vi chiedo di fidarvi sulla parola: recuperate Sleep has her house.

LUCIFER – GUST VAN DEN BERGHE, 2014

Prima di Lucifer, avevo visto solo un altro film in Tondoscope, il bellissimo I am not Madame Bovary di Feng Xiaogang. Il film di Gust Van den Berghe, iniziatore di questa tecnica estetica contemporanea, è, tra i titoli qui proposti, probabilmente il meno interessante da un punto di vista contenutistico (trama e narrazione, insieme col tema trattato, sono gli aspetti con minor mordente). Tuttavia, la scelta dell’aspect ratio tondo permette all’autore di creare immagini eccezionalmente suggestive che riescono a fondere, come accade nel cinema di Weerasethakul, terreno ed ultraterreno, immanente e trascendente. Lucifer non è uno di quei film d’autore che stimolano grandi riflessioni filosofiche ed estetiche. È più che altro un’opera da guardare, che trova la sua più elevata forma di fruizione nella semplice e pura visione.

2 pensieri riguardo “I preferiti di Gennaio 2019.

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