Il Vero e la morte: Mrs. Fang di Wang Bing (2017).

Una signora anziana è costretta da una grave forma di Alzheimer a letto, ormai non più autosufficiente. La famiglia le sta vicino, la aiuta, si prende cura di lei. Tutti sanno, tanto i personaggi quanto lo spettatore, che presto morirà. In Mrs. Fang il celebre documentarista cinese Wang Bing scava tanto dentro la realtà al di là dello schermo, una realtà che, qui, perde ogni maschera di finzione, quanto dentro la psiche dello spettatore. Wang si fa portavoce contemporaneo della leopardiana distruttività del Vero. Esso è, in Mrs. Fang e nelle parole del poeta recanatese, non forza creatrice ma sublimazione della negatività. O, meglio ancora, è forza creatrice di negatività.

Lo stile di Wang, in questo film, non solo porta la realtà sullo schermo ma la rende presente a noi stessi. Ci rende presenti a noi stessi. La macchina a spalla, e dunque tendenzialmente instabile, perde quello stato di trascendenza che nel cinema le è proprio, è quasi tangibile. La sensazione che restituisce è quella di “essere lì”. O, meglio, quella di “essere stati lì”, come quando si riguardano riprese fatte durante vecchi viaggi. Solo che, in questo film, il viaggio non è piacevole. Anzi, esso è quanto di più terribile si possa desiderare. E sta proprio in questo la sua massima forza. Mrs. Fang è un film che atterrisce e genera orrore poichè non c’è nulla di più terrificante, secondo chi scrive, della scoperta dei propri angoli più bui ed oscuri, delle ombre della nostra mente.

Ecco che il Vero wangiano si discosta da quello leopardiano. Se questo, infatti, si manifestava nello svelamento delle illusioni (la più grande delle quali, l’amore, crolla definitivamente nel cosiddetto Ciclo di Aspasia), quello rivela i nostri più bassi, volgari ed oscuri istinti. Istinti che, in passato, erano già stati sottolineati da Susan Sontag in Regarding the pain of others: “It seems that the appetite for pictures showing bodies in pain is as
keen, almost, as the desire for ones that show bodies naked”. Eros e thanatos, ancora una volta, sono fusi insieme, indissolubilmente, nelle parole della studiosa americana. E, soprattutto, nel nostro animo. Perchè non è Wang Bing che, per mezzo di un feticismo per la morte, crea in noi il desiderio di vedere la sofferenza della protagonista (cosa che, invece, avviene in molto cinema di finzione, soprattutto horror). Anzi, il regista si mostra il più rispettoso possibile. Come Socrate attraverso la maieutica, egli costringe il proprio interlocutore-spettatore a rivelare a sè stesso il Vero che alberga in lui.

E qual è, dunque, questo Vero? Lo abbiamo già anticipato poco fa. L’animo umano è dimora di una pletora di deformità morali, di mostri inquietanti, di ombre angoscianti. La macchina del cinema di Wang Bing rivolge ad essa il proprio faro, ponendoci davanti a quelle deformità, a quei mostri, a quelle ombre. Durante tutto il film, infatti, sentiamo un desiderio viscerale di veder espirare l’ultimo alito di vita della protagonista. L’atto spettatoriale, così, si traduce in una pulsione per la morte. Essa, tuttavia, non si sfoga, come solitamente avviene, per mezzo di atti autolesionistici ma di desideri, potremmo dire, tanato-erotici.

Non bisogna, però, fraintendere ciò col suo senso “pornografico”. Mrs. Fang è quanto di più distante dal porno possa esistere. È una preghiera senza Dio, è il sacro che si fa terreno, è l’Altissimo che si fa piccolissimo, è l’Eterno che collassa in un istante. La morte qui non è semplicemente la fine della vita nè è l’inizio dell’eterna esistenza oltremondana. Essa è, piuttosto, la soglia che conduce all’immortalità della creatura dell’arte. La signora Fang, con la sua morte, assurge a gloria sempiterna grazie a quella funzione eternatrice che Ugo Foscolo attribuiva alla poesia ma che, in verità, appartiene all’arte, quella vera. Come la contessa Antonietta Fagnani Arese dell’ode All’amica risanata è divenuta immortale nelle parole del poeta di Zacinto, infatti, così lo è diventata la signora Lisa, divenuta nota come Gioconda, nelle pennellate di Leonardo da Vinci; così la piccola Sharbat Gula, nota semplicemente come ragazza afgana, nella celeberrima fotografia di Steve McCurry. E così, infine, la signora Fang.

Il desiderio tanato-erotico, come lo abbiamo chiamato, è un “fastidio” che striscia subdolo sotto la pelle dello spettatore durante tutta la durata del film. Tuttavia, lo sappiamo bene, nessun desiderio è mai tanto fastidioso come quando si traduce in una delusione o, peggio ancora, quando la sua realizzazione ci viene negata. E Wang sembra esserne perfettamente cosciente. Così, alla naturale ed ovvia conclusione della vicenda narrata, la macchina da presa chiude il sipario sulla morte della donna. Il corpo esanime viene nascosto da quelli viventi dei familiari. Quella visione che tanto abbiamo desiderato e che pareva esserci promessa, semplicemente, viene nascosta. È lì ma, al tempo stesso, non è lì. E noi rimaniamo soli con la nostra stessa mostruosità: nuda essa davanti a noi e nudi noi davanti ad essa. Un profondo senso di vergogna, unito a quello di estasi che solo i film migliori sanno regalare, è l’eredità lasciataci dalla signora Fang. Il suo sguardo vuoto che, anche da vivo, non riusciva più a scrutare l’aldiqua ma osservava nelle più tetre regioni abissali del dolore e della morte diventa il nostro. Se il dolore della donna, però, era di carattere fisico, se il suo sguardo vuoto era quello della e nella morte biologica, il nostro è puramente morale.

Perchè, in fondo, l’essere umano è un essere profondamente disumano.

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