Causa, effetto e anticipazione nell’individuo-spettatore contemporaneo.

Nella luna romana di quella notte, armato d’un arnese occasionale, prese a infierire su quelle teste pietrificate: il suo gesto veniva anticipato dal rumore prodotto; il tufo frantumava ancora prima d’essere percosso. [1]

Lorenzino di Pierfrancesco de’ Medici viene anticipato da sé stesso, nel racconto e nella pièce di Carmelo Bene. In Lorenzaccio assistiamo a cause causate dai propri effetti. Più che nel racconto, questa causalità invertita risulta evidente e cristallina nell’opera teatrale dell’attore pugliese. Gli effetti causano le cause, le cause seguono gli effetti. Sul palcoscenico dello spettacolo, un rumore anticipava l’azione, come il tufo si frantuma prima d’esser colpito. Il tempo, nell’opera di Bene, collassa, scorre in avanti e all’indietro insieme. La logica del prima e dopo perde il proprio senso. Il prima è dopo ed il dopo è prima.

Carmelo Bene in Lorenzaccio.

Viaggiando sul treno ogni giorno per lavoro, mi son reso conto che l’individuo contemporaneo è divenuto, in quest’epoca d’iper-velocità, una sorta di negativo del Lorenzaccio beniano. Se, come abbiamo detto, in questo la causa veniva dopo l’effetto, oggi le cause vengono prima di sè stesse. Prendiamo questo semplicissimo esempio. Un uomo sul treno sta per giungere alla propria fermata. Il treno sta rallentando, è prossimo a fermarsi. L’uomo comincia a premere il tasto per l’apertura delle porte prima che il mezzo si sia del tutto fermato, pur essendo consapevole che, fintantoché è in movimento le porte non possono aprirsi. La pressione del tasto è ripetuta, insistente, infastidita. L’azione, in questo caso (ma gli esempi son pressoché infiniti), diventa oblio. Dei propri effetti, come se si dimenticasse della propria inutilità; e, soprattutto, di sé stessa.

Infatti, essa trova compimento non nella propria esecuzione ma nell’accumulo di sé stessa. Prima di tradursi in effetto, essa produce una identica copia di sé. Non è l’effetto, dunque, a produrre la causa ma, ripetiamo, essa produce sé stessa. Se Lorenzaccio giungeva in ritardo all’appuntamento con i propri gesti, l’individuo contemporaneo giunge in anticipo. Gesto, azione ed effetto non sono più collocati in un ordine logico e consequenziale nel quale i primi due [2], collaborando, conducono al terzo. Si rende qui indispensabile una precisazione: se l’azione è ciò che, partendo da un’intenzione, produce un effetto, nell’esempio del pendolare di prima abbiamo un accumulo di gesti vuoti ed insignificanti che precedono (ma non producono) un’azione. Quando i due finalmente si congiungono, ecco che sboccia l’effetto. Da ciò emerge un’altra importante constatazione da fare: se il gesto è libero da vincoli, può essere compiuto in ogni caso, l’azione è soggetta al tempo. C’è sempre un “quando” nel quale una azione può avvenire. Prendiamo quest’altro esempio: un uomo costretto in una camicia di forza vuole allargare le braccia. Può compiere il gesto ma non l’azione: il suo corpo può provare ad eseguire l’azione “allargare le braccia” ma ciò che avviene è una vuota impossibilità dell’azione, che soffoca un gesto avvenuto ma vuoto, un oblio.

L’individuo vive in un continuo stato di anticipazione. Alcuni neuroscienziati hanno elaborato una teoria secondo la quale la mente continua a produrre previsioni [3] di ciò che avverrà nell’istante, nel millesimo di secondo appena successivo e la vita sarebbe, dunque, nient’altro che un processo di conferma e smentita di tali previsioni. Pur essendo hic et nunc, l’uomo si proietta costantemente in un “alternativo” hic et nunc che differisce da quello nel quale si vive per una questione di frazioni microscopiche di spazio e tempo. Se decido di mettere una mano nella tasca, il cervello, riprendendo la teoria di cui sopra, subito realizza una previsione secondo la quale la mano riuscirà ad infilarsi nella tasca.

Lars Muckli, autore della “predictive processing framework theory”.

Tutto questo lungo discorso che abbiamo appena fatto è, a mio avviso, molto importante ed aiuta anche a comprendere l’attitudine dello spettatore, ad analizzare il processo spettatoriale e le differenze che intercorrono tra quello del “cinema medio-veloce” e quello dello slow cinema. Avevamo, in un articolo precedente (che potete leggere qui), illustrato come, riprendendo il pensiero di Henri Bergson, la produzione di ricordi sia la principale divergenza tra i due tipi di cinema. Nel primo, scrissi, i fotogrammi che si susseguono sono sempre assai differenti (per una varietà di motivi: dall’azione al movimento di camera, dal suono alle parole, ecc) e, quindi, nella mente dello spettatore si accumula un gran numero di ricordi differenti che la stimolano continuamente, come una persona che punzecchiasse con un bastoncino la spalla di un’altra. Nel secondo caso, invece, i ricordi si assomigliano moltissimo, in certi casi, quelli più estremi nei quali cinema e fotografia vengono a coincidere, addirittura sono identici e lo sono per lunghi periodi di tempo, il che produce nello spettatore uno stato di noia.

Lo spettatore è un giano bifronte. Guarda contemporaneamente indietro e davanti: nel fotogramma presente sopravvivono, come già affermato, quelli passato ma, al tempo stesso, esso racchiude in potenza tutti quello futuri, nei quali poi si scioglierà divenendo passato. Memoria e anticipazione coesistono. Quest’ultima si comporta in modo non dissimile dalla prima. Guardando un film “normale”, mi si perdoni quest’orrenda dicitura, l’anticipazione avviene con uno di due scopi ben precisi: indovinare i risvolti futuri della trama e da ciò la mente trae un piacere più o meno silente che è una forma di autocompiacimento; oppure constatare di aver sbagliato, il che conduce, nella maggior parte dei casi (quelli in cui la sceneggiatura sia scritta bene), al godimento della sorpresa. In entrambi i casi, ad ogni modo, l’anticipazione coincide con un costante accumulo di informazioni. Un accumulo che investe ogni secondo di film. E quindi ci si sente sempre stimolati (di nuovo, il bastoncino che punzecchia la spalla).

Vive l’Amour – Tsai Ming-liang

Ma prendiamo in considerazione una delle scene più iconiche dello slow cinema e, di certo, una delle più famose di Tsai Ming-liang, ovvero il finale di Vive l’Amour. Per diversi minuti vediamo solo la protagonista piangere. Non accade nulla. Piange, piange e piange. La macchina da presa la osserva in primo piano, leggermente di tre quarti, come a voler essere meno invasiva. Quali sono i ricordi che si accumulano durante questa scena? In ritenzione [4] abbiamo tutto il film ma nel bagaglio della memoria continuano ad aggiungersi fotogrammi ognuno dei quali non aggiunge alcuna informazione al precedente. Né il cervello, se lo consideriamo come “prediction machine“, ha più la forza di anticipare alcunché. O, per meglio dire: continua ad anticipare fallendo costantemente. Non c’è più nulla da anticipare se non quanto già è stato visto. Ma come si può anticipare il passato? La visione nello slow cinema, dunque, si traduce in un fenomeno quasi lorenzacciano. Prevediamo qualcosa che è già accaduto come il protagonista dell’opera di Carmelo Bene distruggeva statue già distrutte. La logica del tempo, di nuovo, perde il proprio senso.

Note:

[1] Lorenzaccio, in Opere, Carmelo Bene, Bompiani.

[2] Con gesto e azione intendiamo, rispettivamente, il movimento fisico del corpo in sè privo di senso e ciò che esso fa: il dito che si tende e si appoggia su un tasto corrisponde al gesto; “premere un tasto” è l’azione. Possiamo, con un leggero sforzo, paragonare la differenza tra i due a quella che intercorre tra significante e significato. Solo “quando” la camicia di forza sarà tolta, l’azione potrà realizzarsi.

[3] Così dice Lars Muckli: “The main purpose of the brain, as we understand it today, is it is basically a prediction machine that is optimising its own predictions of the environment it is navigating through“. horizon-magazine.eu

[4] Ovvero, trattenuto con noi nella memoria. V. Per una fenomenologia della coscienza interna del tempo, Edmund Husserl.

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