The Dog di Lam Can-zhao. Riflessioni e pensieri.

Parte 1. Il Qualcosa e il Ritratto-di-qualcosa.

Che cos’è lo slow cinema? Se qualcuno mi facesse questa domanda, prima di tutte le riflessioni teoriche, gli risponderei mostrando una particolare inquadratura del film di debutto del regista cinese Lam Can-zhao, The dog. Ciò che in essa vediamo è un televisore sul quale viene trasmesso The great train robbery di Edwin Stanton Porter. Il cinema classico, quello dal ritmo sostenuto per evidenziare lo scorrere dell’azione, è inscritto in quello statico e, per riprendere un’espressione usata in questo articolo, ipoproduttivo, il quale non si pone come negativo del primo ma ad esso si contrappone inglobandolo. Se, infatti, il cinema tradizionale ritrae un tempo frammentato, privo dei vuoti, dei momenti morti che caratterizzano e, anzi, dominano l’esistenza, lo slow cinema evidenzia questi stessi istanti non semplicemente rappresentandoli ma rendendoli protagonisti. Così, quelle immagini del film di Porter non sono più “immagini del film di Porter”, quanto, piuttosto, immagini delle immagini del film di Porter; lo spettatore, con questa inquadratura, non guarda The great train robbery ma un suo ritratto.

Chi è amante di un qualche sport potrà molto ben capire cosa si vuole dire in questo articolo. Facciamo l’esempio di una partita di calcio: quando la si guarda allo stadio, il tempo pare scorrere molto rapidamente, le circa due ore (90 minuti, più l’intervallo e gli eventuali recuperi) vengono percepite come compresse in un lasso di tempo assai inferiore; se, invece, viene vista alla televisione, ecco che queste due ore paiono più “concrete”, con una maggior durata. Lo stesso dicasi, per esempio, con i concerti: v’è una enorme differenza tra il viverlo live e il guardarne una registrazione. È la mediazione dell’immagine a de-comprimere la percezione temporale dello spettatore. Perchè, tornando al caso di The Dog, in quel frangente non guardiamo il qualcosa, ovvero il film di Porter, ma il ritratto-di-qualcosa, facciamo esperienza indiretta di quel qualcosa. Il ritmo sostenuto del film originale perde di consistenza, pur essendo elevato risulta, grazie alla macchina da presa di Lam Can-zhao, diluito e dilatato.

È esattamente questo, dunque, lo slow cinema. Non la vita con i suoi tempi morti ed i suoi vuoti ma il ritratto-della-vita. Guardare uno slow film è quindi fare esperienza indiretta della nostra stessa vita, è osservarci dal di fuori, è essere spettatori di noi stessi. E questo “noi stessi” è altro da noi ma è pur sempre “un” noi. Siamo noi e non siamo noi al contempo, quando guardiamo The dog o altri titoli di questa meravigliosa corrente (se di corrente si può parlare).

Se nelle settimane passate, dunque, avevamo discusso dell’influenza del tempo sull’immagine, questa singola inquadratura di The dog ci permette (o mi permette: solo quando l’ho vista ho cominciato ad elaborare questi pensieri) di comprendere come anche l’immagine abbia un’influenza sul tempo o, per meglio dire, sulla nostra esperienza del tempo. Se quest’ultimo è ciò che rende possibile l’immagine stessa sotto forma di assenza, al tempo stesso l’assenza, proprio in quanto tale, genera una sensazione di dilatazione temporale, una sorta di nostalgia per ciò che non ci appartiene, per un luogo a noi sconosciuto. Ed ecco che, così, l’immagine non è più la frattura solo tra la realtà e ciò che nell’immagine stessa è rappresentato ma anche tra lo spettatore ed il mondo.

Il Qualcosa e il Ritratto-di-qualcosa, come abbiamo voluto chiamare, quasi jankelevichianamente, ciò che esiste e viene esperito in prima persona e ciò che, invece, funge da mediazione tra noi e ciò che esiste, del quale facciamo esperienza in terza persona, vedono in questa singola inquadratura del film di Lam probabilmente la loro più forte e significativa espressione.

Parte 2. Ringkomposition.

Il film si apre con un lungo take nel quale, da un lato della strada, la macchina da presa osserva una signora con, presumiamo, il figlio, vicini ad una donna, attendono un bus. La città di Guangzhou, tutt’attorno, vive disinteressandosi a loro e alla mdp stessa. Il film è già iniziato, la camera già sta riprendendo. Ma una parola pronunciata colpisce film e spettatore: “action!”. Lam non resta fuori dall’opera, come autore invisibile, ma vuole imporsi su di essa. Questo è il suo film. Ma che film è questo? È un documentario? Nei documentari spesso è ben evidente la presenza del regista (pensiamo a Storm children, book one di Lav Diaz o a Cave of forgotten dreams di Werner Herzog). Tuttavia, nel corso dei circa novanta minuti di durata dell’opera, questa presenza si fa silente, nascosta e il film pare trasformarsi. Documentazione o finzione, dunque? Nè l’una nè l’altra ma, al contempo, entrambe, The dog potrebbe essere definito come docu-finzione, grazie al suo stile ibrido ed ambiguo.

Il cane del titolo è il filo conduttore che unisce i protagonisti sconosciuti del film. Si tratta di un cane randagio che tutti raccolgono ma nessuno vuole. Ognuno di questi personaggi ai limiti della società cinese, poveri e disagiati, costretti non a vivere ma a sopravvivere, non possono e non riescono a prendersi cura di lui. Ognuno ha il proprio motivo: il fidanzato che non riesce a fare sesso con un cane lo guarda; una moglie da curare; un’attività da mandare avanti. Solo un monaco avrà un atteggiamento differente nei confronti del cane, più amorevole.

C’è sempre “qualcos’altro” che determina il rapporto che i personaggi hanno con il piccolo, sconosciuto protagonista del film. Anche nell’unica sezione (apparentemente) più rilassata e “calda” del film, quella del monaco, l’individuo ha sempre altro a cui pensare, c’è sempre un “altrove”, sempre un “altro”. C’è sempre un là che impedisce di curarsi del qua. Ogni episodio (non che sia effettivamente un film suddiviso in episodi) si ripete nel successivo, modificando solo i propri accidenti: tutto differisce restando uguale. I motivi cambiano ma non la sostanza. Un po’ come quel concetto secondo il quale la storia è un ciclo: succedono sempre gli stessi eventi, con solo dei dettagli diversi, come luoghi, date e protagonisti.

Il bianco e nero di Lam Can-zhao è forte, è denso e, grazie ad esso, l’umanità che la macchina da presa ritrae riluce della propria oscurità abissale. Anche la messa in scena colpisce molto forte, grazie ad inquadrature assai strette, che chiudono la visuale dello spettatore. Vorremmo poter allargare lo schermo, eliminare quei bordi neri che ci impediscono la vita. Vorremmo squarciare il film ed entrarvi, per vedere e sentire in prima persona la miseria dei personaggi.

Come si è aperto, così si conclude. Dopo aver seguito il monaco e la sua fidanzata lungo un marciapiede, la macchina da presa li abbandona, loro continuano la passeggiata, mentre Lam si intromette nella strada, accanto alle macchine che passano. Poi si torna sul marciapiede, i due ragazzi tornano in campo, sono davanti all’ingresso di una piccola sala cinematografica (di nuovo, il cinema che riprende il cinema). Lei vuole guardare un film, lui non può entrare a causa del cesto che reca con sè. Lo schermo si fa nero, decidono di sbarazzarsi del cane. Riapriamo gli occhi su un’altra ragazza che attraversa la strada. E torniamo all’inizio, a quella fermata del bus. Ma qualcosa non va: “Cut. No good. One more time”.

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